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Ufficio Turistico Unificato
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Prodotti tipici

In un territorio a lungo dominato dal latifondo, qualche buona eredità di questa antica e non rimpianta struttura economica è pur rimasta. Il grano, ad esempio con la varietà Simeto oggi si produce una pasta di eccellente qualità. E gli uliveti: l’olio dei monti Iblei ha ottenuto il marchio DOP europeo. E i vigneti, ove regnano il Nero d’Avola e il Cerasuolo di Vittoria, vitigni alla base dei grandi vini rossi dell’isola; ma vengono prodotte anche ottime uve da tavola, divenute un vero business per Mazzarrone e Granieri frazione di Caltagirone, rientrando tra i comuni che hanno ottenuto il marchio IGP europeo. E poi, le coltivazioni di mandorle, fichi d’india, pesche settembrine tipiche di Piano San Paolo frazione di Caltagirone.

      

A Caltagirone, fra i tanti ortaggi, la mensione d'onore va alla fave, alla base del mai abbastanza celebrato "maccuverde", sorta di minestra di fave fresche, finocchietto selvatico e cipolla. Pietanza di antica tradizione, viene preparata tutto l'anno, con fave novelle (nel periodo primaverile) o con fave secche opportunamente sgusciate come tutti i legumi.
Viene utilizzato per condire primi piatti oppure da contorno per secondi piatti. E' preparato e servito nei diversi punti di ristorazione, primi fra tutti gli agriturismi presenti nella zona del calatino.

Per i meriti del pecorino siciliano prodotto nella zona, Caltagirone ha potuto essere annoverata fra le "città del formaggio", mentre a base della ricotta del luogo sono molti degli irresistibili dolci ereditati dalla tradizione araba: basti segnalare, fra tutti le "cassatedde" e i famosi "cannoli siciliani".

 

Certamente alla scuola culinaria musulmana appartengono anche la "cubaita", un tipo di torrone morbido che fra gli ingredienti, assieme ad arancia candita, vino cotto e miele (altro prodotto di remota tradizione nel territorio), annovera i ceci, e la "giuggiulena", invece (che per esteso sarebbe cubaita di giuggiulena) a base di miele e semi di sesamo.

Caltagirone, conserva alcune tradizioni molto antiche legate soprattutto alle feste religiose, come l'Immacolata dell'8 dicembre. La Festa dell'Immacolata ricorda a tutti noi le cosiddette "muffulette". Una tradizione che deve le sue origini al fatto che il popolo siciliano per "voto", usava digiunare il giorno della vigilia delle feste principali. Fu così che in un'epoca imprecisata ma immemorabile, in occasione della Festa dell'Immacolata, ancora oggi festa molto sentita tra la popolazione, nelle case in città si fecero le cosiddette "muffulette" (panini con aroma di finocchietto selvatico) per essere vendute e consumate calde nelle prime ore della vigilia, per poi iniziare il digiuno. E ogni anno la tradizione si ripete: vengono infatti prodotte e vendute le antiche "muffulette".

Una tradizione che deve le sue origini al fatto che il popolo siciliano per "voto", usava digiunare il giorno della vigilia delle feste principali.I panificatori incaricano bambini e ragazzi intorno ai 10-15 anni circa affinché nelle prime ore della mattina e della sera del 6 e 7 dicembre, escano per le strade principali con le ceste piene, al grido di "muffulette cauri cauri" (panini caldi caldi). Nonostante sia ormai inusuale il digiuno della vigilia, la tradizione si perpetua e riscuote sempre un

largo consenso tra i cittadini e i turisti visitatori che nell'occasione, gustano con molto interesse un prodotto semplice che ricorda un avvenimento ormai lontano. Dopo l'Immacolata, anche il 13 dicembre Festa di Santa Lucia, Caltagirone rinnova un'antica tradizione legata alla sua festa, e ripropone " 'a cuccìa". Si narra che nel XVII secolo l'isola fu scossa da una grave carestia che procurò tra l'altro la mancanza dell'alimento primario come "il pane". Il popolo siciliano raramente aveva patito la fame in quanto il grano, è stato sempre il prodotto più abbondante in tutta l'isola.
La carestia seminò malattie e morte. Per un miracolo, nel porto di Siracusa, città dove la fame si faceva sentire maggiormente, proprio il 13 dicembre, giorno della Festa di Santa Lucia, giunse una nave carica di grano. La misteriosa apparizione fu attribuita alla Santa siracusana in quanto avvenne nella Sua città e nel giorno della Sua festa. Per la grande fame il grano non venne neanche macinato, ma consumato subito, previa cottura. Era nata così " 'a cuccia", dal dialettale cocci e cuocci, come vengono indicati i chicchi di frumento. A distanza di secoli si usa ancora preparare la buonissima "cuccìa". Sino a pochi decenni fa il grano selezionato veniva strofinato a mano su una tavoletta d'argilla, per essere privato dalla sfoglia esterna; oggi invece questa lavorazione a mano è stata sostituita dall'industria, per cui si può acquistare il prodotto pronto per la cottura, in qualsiasi punto vendita. Molto importante la cottura in quanto un prodotto abbastanza duro come il grano va cucinato lentamente con l'aggiunta di diversi aromi per essere consumato come un piatto prelibato, nel giorno di Santa Lucia.

 

Il grano cotto, veniva, e viene ancora oggi condito, più semplicemente con olio, oppure con altri legumi e verdure, oppure dolcificato con miele o mosto cotto, aggiungendo a volte ricotta di pecora fresca. Un tempo si usava prepararla e offrirla agli amici, parenti e soprattutto ai poveri il giorno della morte di un parente stretto. Ma ancora oggi è molto gradita dalla popolazione e molto apprezzata da coloro che in quel giorno visitano la Città. Infatti alcuni ristoranti a Caltagirone amano prepararla per offrire una degustazione nel giorno del 13 dicembre.

Nel periodo della settimana Santa nelle vetrine delle pasticcerie si mettono in esposizione, assieme alle “esotiche” uova di pasqua in cioccolata e ricoperti di carta stagnola dai variopinti colori, i tradizionali “agnelli” in pasta di mandorle, i “palumeddi” di zucchero ed albume d’uovo.

Compaiono anche i “panareddi” fatti di pasta, zucchero e strutto, abilmente lavorati a mano e successivamente infornati, che rappresentano un paniere a mezzo tondo pieno di uova sode (normalmente due), colorata diavolina e frutta di pasta (piccole mele o pere o uva) dal torsolo realizzato con l’aromatico chiodo di garofano.
Sono presenti le bancarelle piene di colorati “fischietti” in terracotta raffiguranti i simboli della Passione, mentre i “cubbaltari” vendono gli antichi e tradizionali dolci a bastoncino dai nomi arabi.

 

      Foto Andrea Annaloro